Definita da Kipling “la perla dell’Oriente”, è a mio avviso la città più bella del Giappone, l’unica che visiterei se fossi costretta a scegliere tra Tokyo e Kyoto. Milleottocento templi shintoisti e buddhisti, molti dei quali dichiarati patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, e oltre sessanta musei ne fanno la quintessenza dell’immaginario nipponico. Per esplorare bene Kyoto, che è stata capitale del Paese dal 794 al 1868, è opportuno suddividerla in zone seguendo i punti cardinali:
Higashiyama (est): letteralmente “montagne orientali”, è uno dei quartieri più pittoreschi della città situato sulla sponda orientale del fiume Kamo e conosciuto per i suoi stretti vicoli, le antiche case di legno e le numerose attrazioni storiche tra cui il tempio buddhista Kyomizu – dera abbarbicato sulla cima di una montagna. Alla base del tempio principale, dedicato alla dea Kannon, si trova la foce della cascata Otowa le cui acque confluiscono in tre canali separati, che garantirebbero a chi ne bevesse l’acqua lunga vita, amore intenso o successo a scuola. La terrazza del tempio, da cui si gode una vista impareggiabile su Kyoto, poggia su una grande struttura di travi in legno, alte circa 13 metri. Altro tempio che merita una visita è il Sanjūsangen-dō, un padiglione lungo 120 metri contenente 1001 statue a grandezza naturale della dea Kannon, realizzate in legno di cipresso e ricoperte d’oro. Il tempio contiene, inoltre, 28 statue di divinità guardiane ed è circondato da un curatissimo giardino zen.
Gion (centro – est): il più famoso quartiere delle geishe di Kyoto si sviluppa lungo l’Hanamikoji, un susseguirsi di machiya, case antiche dalle facciate in legno con i muri d’argilla intonacati di bianco e le finestre a feritoia, oggi riattate in negozi d’atmosfera il cui ingresso è nascosto da tendine. Qui vige l’assoluto divieto di fotografare o filmare per non turbare la privacy di eventuali geishe che si potrebbero incontrare. Per una serata all’insegna del fascino seducente dell’Oriente, consiglio una sosta in uno dei tanti localini di Pontocho Alley, la zona pedonale più elegante di tutta l’Asia. Chi, invece, sentisse ancora bisogno di spiritualità potrebbe recarsi al santuario Ysaka Jinja, illuminato da 1000 lanterne e aperto tutta la notte.
Se visitate questo incantevole quartiere, vi suggerisco una sosta da “Gion Tanto”, locale caratteristico in cui si mangia seduti sul tatami dopo aver tolto le scarpe all’ingresso. Molto frequentato sia dai turisti sia dalla gente del posto, propone la cucina teppanyaki, cottura sul teppan, una speciale piastra rovente annessa al bancone dove si accomodano i commensali. Il cuoco prepara le pietanze a vista, facendo acrobazie con gli utensili e la piastra stessa. La specialità del locale è l’okonomiyaki, un piatto agrodolce che ricorda nella forma il pancake americano. Si tratta di un impasto di foglie di verza, acqua, farina e uova, cotto sul teppan, dove viene rigirato e tagliato con l’ausilio di spatole metalliche, poi condito con vari ingredienti (a scelta carne, frutti di mare, seppie, gamberetti, uova ecc), e infine impiattato con aonori (alghe secche), katsuobushi (fiocchi di tonnetto essiccato e affumicato), salsa Otafuku (salsa densa, scura e dolciastra a base di alghe, salsa di soia, aceto, zucchero, spezie e funghi shiitake) e maionese. La tradizione nipponica a tavola, o meglio sul tatami!
Arashiyama (ovest): chi raggiunge questo quartiere lo sa sostanzialmente per passeggiare lungo i sentieri dell’incantevole Foresta di bambù, set del combattimento finale del film “La tigre e il dragone”, un’area verde di 16 kmq costituita da alberi di bambù che, ondeggiando in modo ipnotico, si protendono altissimi al cielo fino quasi a nasconderlo con i loro 50 metri d’altezza. Il risultato è un’esperienza sensoriale unica grazie ai suggestivi giochi di luce creati da quei pochi raggi di sole che riescono a penetrare tra il fitto fogliame. Vicino alla Foresta di bambù si trova il Tenryū-ji, uno dei templi buddhisti più antichi e importanti di Kyoto risalente al XIV secolo, anche se ciò che oggi vediamo è frutto di un sapiente restauro da parte dei monaci dopo l’incendio del XVIII secolo che l’ha quasi completamente distrutto. Ancora una volta ciò che risulta più degno di interesse è il giardino zen, una perfetta combinazione di natura e architettura che si estende per oltre 20.000 mq. Chi è disposto a un trekking facile, può visitare l’Iwatayama Monkey Park, una riserva naturale realizzata lungo il pendio della montagna dove vive una colonia selvatica di oltre 100 macachi giapponesi, chiamati anche “scimmie della neve”. Sebbene nutriti da alcuni membri dello staff della riserva, i macachi sono allo stato selvatico e si aggirano liberamente per la foresta, salendo sugli alberi, correndo tra i cespugli o giocando tra loro. Alcuni si spulciano, altri si azzuffano per il cibo o per qualsiasi pretesto, altri ancora sembrano mettersi in posa con lo skyline di Kyoto a fare da sfondo. Se si ha del tempo a disposizione, suggerisco in ultimo una rapida visita alla Foresta di kimono, straordinaria installazione artistica costituita da 600 pilastri colorati adornati con tessuti tradizionali di kimono. L’installazione si trova all’aperto, intorno alla stazione del tram Arashiyama Randen, ed è gratuita.
Padiglione d’oro – Kinkaku – ji (nord): edificio tra i più visitati del Paese, rappresenta la scintillante metafora del potere politico ma anche divino dello shogun, il potente capo militare che lo fece costruire alla fine del XIV secolo come sua dimora, in quanto prova che è possibile realizzare il paradiso sulla terra. Un tempo circondato da un lago e raggiungibile solo con le barche, deve il suo nome al fatto che è completamente rivestito da 200.000 foglie d’oro, equivalenti a circa 20 kg di metallo prezioso. Sul tetto di quello che oggi è un tempio buddhista svetta un pinnacolo a forma di fenice dorata, l’uccello mitologico che risorge dalle proprie ceneri, come accadde al Padiglione, completamente distrutto da un incendio doloso nel 1950 ad opera di un monaco con problemi mentali, e in seguito ricostruito. L’armonia tra il Kinkaku – ji e il curatissimo giardino circostante è frutto di un estetismo ricercato che evoca e imita la disposizione dell’universo secondo la cosmologia buddhista.
Fushimi Inari Taisha (sud): santuario shintoista dalle 1000 porte rosse reso celebre dal film “Memorie di una geisha”. Costruito nel 794, prima che Kyoto diventasse capitale, è interamente dedicato alla divinità del riso Inari, come si evince dalle innumerevoli statue di volpi, considerate i messaggeri di Inari e spesso rappresentate con delle piantine di riso in bocca. Il sentiero è composto da una prima serie di torii molto ravvicinati, quasi attaccati gli uni con gli altri, posti su due file separate chiamate Senbon Torii (letteralmente “migliaia di porte torii”). Man mano che si prosegue fino a raggiungere i 233 metri di altezza, punto più alto del sentiero, il numero di torii si fa sempre meno fitto, fino a ridursi parecchio. Questo sicuramente fa perdere fascino al luogo ma consente di coglierne l’essenza e la pace senza le frotte di turisti che bloccano il passaggio per ore in attesa dello scatto perfetto da postare.